Comitato di Informazioni ed Iniziative per la Pace

La Carta delle Minoranze

1.- La grande lezione della democrazia consiste nel radicale mutamento di idee nei confronti di coloro che la pensano diversamente da chi ha il potere. Costoro per secoli sono stati considerati un pericolo permanente e perciò uccisi, esiliati, imprigionati o, quanto meno, messi nella condizione di non potersi esprimere.
La grande scoperta della politica moderna è stata che il dissenso è utile a tutti: per ridurre il margine degli errori del governo, come garanzia per il popolo contro gli abusi del potere, come alternativa di ricambio incruento, ecc..

.2.- Dallo stesso principio di rispetto dell’altro, diverso per opinione, si può dedurre l’utilità di un analogo comportamento nei confronti dell’altro, diverso per etnia, lingua, religione. L’umanità ha avuto nei confronti di queste comunità diverse, lo stesso atteggiamento avuto verso i dissenzienti: sono stati uccisi, esiliati, soffocati nelle loro tradizioni. A volte si trattava di minoranze, ma si è anche verificato il caso inverso, di minoranze che hanno dominato una maggioranza.
Eppure la storia di ogni tempo insegna che quando culture diverse si sono pacificamente confrontate, hanno raggiunto splendidi risultati economici, culturali e politici. Già l’assenza di conflitti in sé è una condizione eccellente per lo sviluppo e consente di tessere una rete sempre più intensa di rapporti economici, culturali, sociali, tali da scongiurare futuri conflitti.
Pensiamo agli esempi consolidati di Svizzera e USA, ovvero a quello più recente, ma ormai altrettanto consolidato, dell’Unione Europea.
La diversità insomma nel reciproco rispetto diventa fonte di reciproco arricchimento.
Gli altri di cultura diversa ci possono insegnare quel che abbiamo dimenticato o mai imparato e che la loro tradizione ha saputo conservare. Nel contrasto possiamo trovare quel punto di equilibrio, quella visione nuova della realtà che ci consenta di affrontare con maggiore apertura e lungimiranza i nuovi problemi che la realtà moderna in rapida, continua evoluzione ci propone.
Il confronto consente di ridurre i reciproci difetti e soprattutto i fanatismi, per proporre alle nuove generazioni un futuro di pace e superare le antiche chiusure e pregiudizi, fonti di ignoranza e di violenza.

3.- L’ostacolo principale per acquisire questa cultura è il razzismo, basato sull’ignoranza, sul pregiudizio e su un errore di fondo: tutti quelli che hanno un certo colore di pelle, professano una certa religione, parlano una data lingua, non sono uomini e vanno trattati alla stregua di cose dannose, da eliminare radicalmente.
Solo persone di scarsa cultura e di nessuna maturità psichica possono professare queste idee aberranti, che hanno più volte segnato tragicamente la storia con immani stragi.
La vera divisione tra gli uomini è tra le persone mature e le immature, quelle che non sono riuscite a superare la fase infantile, a sublimare l’aggressività, e rimangono convinte che solo la violenza possa risolvere i problemi. Quando costoro riescono ad armarsi e quando conquistano il potere cominciano per tutti anni interminabili di tragedia.
Occorre una energica e rapida difesa comune contro le prime manifestazioni di violenza, che non possono essere tollerate nemmeno in una società libera, che ha il diritto-dovere di difendere sé stessa prima che gli immaturi con la prepotenza cambino le regole della civile convivenza ed impongano le proprie. Ogni forma di indulgenza contro i primi germi violenti è causa di gravissime conseguenze.

4.- A parte questa assidua e attenta vigilanza, l’antidoto alla cultura del razzismo e della violenza consiste nel capirsi, rispettarsi, tollerarsi, confrontarsi, competere, collaborare. Una volta sottratti al giro vizioso della violenza e imboccata la via maestra della comprensione, sono gli stessi frutti preziosi di questa nuova cultura a consentire incredibili e rapidi passi avanti.
I popoli dell’Europa occidentale, che per due volte in questo secolo hanno coinvolto il mondo in guerra, quando hanno sostituito all’idea di fondo conflittuale quella della pacifica cooperazione, senza più rivendicazioni territoriali, hanno conosciuto il periodo economicamente e socialmente più alto della storia. E questo non per l’imposizione di un capo o di un popolo, ma per libera scelta di tutti.

5.- Una buona base culturale della comprensione è capirsi linguisticamente. I giovani delle comunità che convivono in uno stesso territorio debbono crescere bilingui. L’ostacolo a questo è stato il timore -nelle circostanze storiche comprensibili- che ciò comportasse la distruzione o l’indebolimento della propria lingua e tradizione.
Ma nella visione moderna del problema, questo pregiudizio non ha senso. Capirsi senza difficoltà è un ottimo inizio per procedere sulla via della tolleranza e del rispetto, pur nella differenza.
In questo senso è essenziale preparare i bambini, che sono più aperti e disponibili, e possono essere i migliori strumenti per diffondere nelle famiglie una nuova educazione sul tema
delle minoranze.
E’ di notevole interesse la proposta di legge all’esame del Parlamento italiano, approvata il 30 aprile 1998 dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera sulla tutela delle minoranze linguistiche.

6.- Questo processo oggi può e deve essere accelerato, anche perché può costituire la chiave di volta per prevenire e superare i conflitti etnici che sono sempre più numerosi di quelli tra gli stati e che non riguardano soltanto paesi in via di sviluppo.
L’Europa occidentale, che pur ha raggiunto un elevato livello democratico, è in contraddizione con i suoi principi quando considera talune minoranze con la mentalità dei secoli passati. Si trova cioè in una posizione paradossale e incoerente: pur avendo raggiunto un ottimo livello di convivenza tra stati e popoli diversi, si continua ad essere conflittuali e reciprocamente violenti nei rapporti interni tra maggioranza e minoranze etniche.

7.- L’attaccamento ai vecchi criteri nei confronti delle minoranze, non è in contrasto solo con l’acquisita coscienza democratica, ma anche con le ormai inarrestabili tendenze economiche, politiche, religiose e culturali del mondo.
Non solo l’economia e la finanza hanno assunto dimensioni planetarie, ma ci sono problemi che hanno tali dimensioni da poter essere risolti solo con la cooperazione mondiale: l’ecologia, la pace, la grande criminalità, la droga, ecc..
Il territorio va perdendo sempre più importanza rispetto allo scambio di informazioni, capitali, manodopera. Lo stato nazionale è destinato a perdere sovranità in basso verso forme federali e in alto verso comunità sovrannazionali. Il dialogo interreligioso non è mai stato così intenso e continuo, tanto da costituire una delle più rilevanti novità storiche della nostra epoca. Si attenuano dunque talune delle tradizionali motivazioni della conflittualità interetnica.
Tutto ciò obbliga ad accelerare un radicale cambiamento etico e culturale, anche per non frenare anacronisticamente le tendenze generali della comunità internazionale.

8.- E’ dunque il momento politicamente adatto, in conformità a quanto si realizzò mezzo secolo fa con le dichiarazioni a tutela della persona umana, di varare una carta delle minoranze, per la tutela della loro identità religiosa, etnica e culturale. Il 1° febbraio 1998 è entrata in vigore, nell’ambito del Consiglio d’Europa, la Convenzione quadro per la protezione delle minoranze e il 1° marzo 1998 la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie
Quando furono approvate le dichiarazioni a tutela della persona, sembrò a molti un passo astratto, utopistico, privo di pratiche conseguenze. La storia contemporanea dimostra invece quanti passi avanti -su quella base- ha potuto compiere la civiltà nelle sue istituzioni, nel costume, nella mentalità popolare. Certo, siamo appena agli inizi di una nuova civiltà, ma nessuno può negare ormai che questa sia la strada giusta ed obbligata.
Si pensi ancora alla straordinaria preveggenza dell’Atto di Helsinki, stipulato prima del crollo del sistema sovietico, che ha fornito un tempestivo ed utile strumento all’attività preziosa e in continua espansione della OSCE (Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione europea).
Sancire un atto di tutela legale delle minoranze significa integrare armonicamente la protezione dei diritti umani, garantendo libertà e sviluppo alla persona, non più solo come singolo, ma anche come membro di una comunità.
Persona e comunità si porranno così al centro del nuovo diritto internazionale, che non potrà più tollerare che la dottrina dello stato sovrano assoluto -ormai al tramonto- in base al principio della non ingerenza, possa nell’ambito dei propri confini soffocarne i diritti

.9.- Questo non vuol dire che ci stiamo avviando verso un governo mondiale, come alcuni pur autorevoli commentatori a volte suppongono. Anzi, sempre più si svilupperanno forme di autogoverno e autonomia, proprio a tutela di quelle identità che si è detto. Ma vuol dire avviarci a garantire, anche sul piano internazionale, una giustizia al di sopra delle parti, della politica, dei governi. Una giustizia che si preoccupi di proteggere i diritti delle persone e delle comunità.
E’ vero che ciò comporta un enorme sacrificio di sovranità da parte degli attuali stati, ma è quanto all’interno di uno stato democratico moderno si richiede ai cittadini per garantire la pace e la libertà di tutti: la rinuncia a farsi giustizia da sé. Su quel modello saranno progettate le istituzioni di giustizia internazionale del futuro.

Roma, 8 maggio 1998